

Quando si parla di risarcimento del danno alla salute, c’è un concetto che sembra semplice ma non lo è affatto: l’invalidità temporanea. Quanto dura? Quando finisce?
La risposta, per le malattie ingravescenti — cioè quelle che peggiorano progressivamente nel tempo — non è banale. E la Cassazione, con l’ordinanza n. 23064 dell’11 agosto 2025, fa chiarezza.
Il principio è questo: l’invalidità temporanea perdura in relazione alla durata della patologia. E cessa in uno di tre modi. Il primo è la guarigione: l’organismo recupera pienamente le proprie capacità. Il secondo, purtroppo, è la morte. Il terzo — ed è quello più rilevante per le malattie ingravescenti — è la cosiddetta “stabilizzazione”: l’organismo si adatta alle mutate e degradate condizioni di salute.
In pratica, la stabilizzazione segna il passaggio dall’invalidità temporanea a quella permanente. Da quel momento in poi, il danno non è più “in divenire” ma cristallizzato, e va liquidato con criteri diversi.
Perché è importante? Perché la corretta individuazione del momento di stabilizzazione incide direttamente sulla quantificazione del risarcimento. L’invalidità temporanea viene liquidata su base giornaliera, quella permanente su base percentuale. Sbagliare il confine tra le due significa sbagliare il risarcimento.
Un aspetto tecnico, certo. Ma con ricadute molto concrete sulla vita e sul portafoglio di chi soffre di una malattia che peggiora nel tempo.
Corte Suprema di Cassazione – Sezione Tributaria – Ordinanza n. 23064 dell’11 agosto 2025
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Avv. Igino Cappelli