

Il demansionamento è una delle esperienze più frustranti che un lavoratore possa vivere. Sei stato assunto per fare una cosa, hai sviluppato competenze, hai costruito un percorso professionale — e poi, dall’oggi al domani, ti ritrovi a svolgere mansioni inferiori. O, peggio, a non fare niente.
Ma attenzione: il danno da demansionamento non è automatico. Non scatta per il solo fatto di essere stati assegnati a mansioni inferiori. La Cassazione, con l’ordinanza n. 23020 dell’11 agosto 2025, lo ribadisce con chiarezza: il danno da demansionamento non è “in re ipsa”.
Cosa significa? Significa che il lavoratore deve provare di aver subito un pregiudizio concreto. Non basta dire “mi hanno dequalificato”: bisogna dimostrare cosa si è perso. Un deterioramento delle capacità professionali acquisite? Un mancato incremento del bagaglio professionale? Un danno alla propria immagine e reputazione nel contesto lavorativo?
La buona notizia è che la prova può essere fornita anche per presunzioni — cioè attraverso indizi gravi, precisi e concordanti. Ma il lavoratore deve fare la sua parte: l’atto di costituzione deve contenere allegazioni specifiche sulla natura e sulle caratteristiche dell’attività svolta, in modo da evidenziare in concreto i pregiudizi subiti.
Non basta, insomma, un generico lamento. Serve specificità. Serve raccontare al giudice, con precisione, cosa facevi prima, cosa fai adesso e cosa hai perso nel passaggio.
Se vi state trovando in questa situazione, il consiglio è uno: documentate tutto. E rivolgetevi a un legale prima che sia troppo tardi.
Corte Suprema di Cassazione – Sezione Lavoro – Ordinanza n. 23020 dell’11 agosto 2025
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Avv. Igino Cappelli